Paura del lupo: tutti gli stereotipi da sfatare sul grande predatore

Paura del lupo: tutti gli stereotipi da sfatare sul grande predatore

Intervista di Brunella Paciello su Lifigate

Sfatiamo i luoghi comuni, soprattutto negativi, sul lupo con l’aiuto del fotografo naturalista Antonio Iannibelli che da anni ne studia la vita e le abitudini.

Fiera dagli occhi gialli, predatore aggressivo e crudele, fosco abitatore di boschi e foreste sempre intento alla caccia e alla predazione di greggi e animali. E qualche volta, come se non bastasse, un pericolo anche per l’uomo. Il lupo è questo e altro nella iconografia popolare. Da secoli viene visto, spesso e volentieri, come creatura del demonio, incarnazione del male e della cattiveria.

Cattiveria che, purtroppo, resta un appannaggio dell’uomo e poco si addice a questo animale schivo e non incline alla vicinanza e al contatto con noi esseri umani. Di lupi e dei luoghi comuni che li riguardano abbiamo parlato con Antonio Iannibelli, fotografo e scrittore naturalista, che segue il grande predatore da vicino ormai da anni, osservandone l’habitat e i comportamenti con l’aiuto della sua, inseparabile, macchina fotografica.

Un fotografo è un cacciatore senza carabina. La tecnica di approccio alla “preda” – per nostra e sua fortuna solo da immortalare in uno scatto – lo rende un attento conoscitore dell’habitat naturale di boschi e colline e delle creature che li popolano. “Il lupo è un animale non aggressivo – ci racconta Iannibelli che ha creato anche un blog sul lupo – e nel suo dna è insita la naturale diffidenza nei confronti dell’uomo. La sua indole schiva ed elusiva lo porta a non interferire nelle attività umane e a rimanere nascosto nell’habitat che gli è proprio. Solo per fame, e quindi per la necessità di provvedere ai bisogni del branco, lo si può vedere avvicinare ai luoghi abitati, ma in questi casi è solo il bisogno che muove i passi del branco e dei dominanti che ne guidano il cammino”.
Il lupo di Cappuccetto rosso non è quindi una realtà, ma solo un’astuta invenzione umana per trasferire su un animale paure e atavici timori dell’uomo stesso. “In particolare – continua Iannibelli – i giovani lupi allontanati dal branco, o i branchi destrutturati a causa del bracconaggio, possono avvicinarsi alle attività umane, ma si tratta davvero di casi isolati. Il lupo nel nostro Paese vive in gruppi familiari (mediamente compresi tra 4-7 esemplari) che difendono un territorio sufficientemente ricco di prede selvatiche e quindi di disponibilità di cibo. Se questo equilibrio del branco viene interrotto con l’uccisione di uno dei membri dominanti avviene la ‘destrutturazione’ del branco stesso e gli esemplari rimanenti sono costretti ad andare a cercare cibo di più facile reperimento come gli animali domestici, avendo perso la capacità organizzativa a catturare prede selvatiche.” Un processo naturale per la fauna selvatica che, a quanto pare, l’uomo civilizzato non ha ancora compreso. Delucida l’esperto: “Questo già avviene troppo spesso a causa delle uccisioni illegali. Autorizzare gli abbattimenti anche per legge può solo peggiorare la situazione. Il lupo appenninico – Canis lupus italicus – che vive nei boschi della dorsale appenninica del nostro Paese, si è distribuito attualmente anche nel settore alpino e nella parte collinare italiana. Il lupo è protetto da leggi nazionali e internazionali e dal 1992 è stato dichiarato anche ‘specie particolarmente protetta’. La sua presenza è importantissima per quel che riguarda l’ecosistema. E la sua attività predatoria anche, perché permette di tenere sotto controllo l’eccessiva proliferazione di specie animali che, altrimenti, risulterebbero distruttive o nocive per l’ecosistema. Per questa ragione non bisogna demonizzare un predatore che è indispensabile all’ambiente naturale e che, con la sua estrema adattabilità, costituisce una parte fondamentale della natura.” Proprio per salvaguardare l’esistenza del lupo e proteggerne la vita, Iannibelli ha recentemente lanciato una pagina Facebook sulle uccisioni dei lupi nella quale invita chiunque abbia notizie della morte di un lupo, per opera diretta o indiretta dell’uomo, a darne notizia.

“In realtà gli attacchi ad animali domestici sono limitati a una percentuale di allevatori italiani che non arriva al 10 per cento – aggiunge – ma le amplificazioni di associazioni poco attente all’ambiente, e che troppo spesso parlano di lupi anche per interessi politici ed economici, fanno apparire tutto questo come un male incurabile. Gli attacchi sono tutto sommato prevedibili, gli allevatori di quel determinato territorio conoscono, o dovrebbero conoscere, i rischi e gli enti preposti devono fornire le informazioni e il sostegno economico per prevenirli. Per la verità è quello che succede in alcune regioni, Emilia Romagna in testa. In effetti la situazione è allo sbando solo per mancanza di controlli da parte delle autorità competenti. Si mette così in pericolo in modo particolare il lupo, in quanto la giustizia ‘fai da te’ a colpi di fucile e di bocconi avvelenati espone questi animali al rischio di estinzione. È importante stabilire, inoltre, come il lupo abbia diritti imprescindibili che gli devono venire riconosciuti”.

Da secoli il lupo si ammanta di leggende e stereotipi che lo vedono come un essere demoniaco, compagno di streghe e vampiri. Ne è un esempio il famoso detto “in bocca al lupo” al quale di risponde con l’altrettanto celebre “crepi il lupo”. Nella realtà il detto popolare non si riferisce a un essere malvagio e crudele del quale invocare la morte. Sul lupo e il suo mondo Iannibelli ha scritto anche un libro (Un cuore tra i lupi). Si tratta di un episodio della sua infanzia vissuta nella natura incontaminata della Lucania e dei monti del Pollino: “Quando ero bambino, mio nonno mi spiegava che il lupo è un animale dotato di grandi qualità. È capace di sopravvivere in condizioni estreme, si adatta a ogni ambiente e luogo, anche il più impervio e difficile, è intelligente, attento, curioso e perspicace, ama moltissimo i propri cuccioli ed è un leale membro del branco. Ricordo che mi raccontava che trovare una tana di lupi è un evento rarissimo perché il lupo è molto attento alla sua prole e se avverte, anche da lontano, la presenza di un estraneo cambia immediatamente zona e trasporta i piccoli in un posto diverso. Avere un genitore attento e consapevole come il lupo, mi diceva il nonno, è il massimo che puoi ottenere dalla vita e trovarti nella bocca di un lupo, quindi, è la condizione più protetta e perfetta che un bimbo possa sperare”.

La sollecitudine materna dell’animale aveva protetto i due cuccioli di uomo da morte sicura e aveva loro permesso di raggiungere l’adolescenza in un mondo pieno di pericoli. Stesso discorso vale anche per gli ululati dei lupi alla luna che, con la caccia alla streghe e il medioevo, vennero considerati come la cupa manifestazione di sabba e festini pagani con protagonista il diavolo.

“Non esiste peraltro nessun legame scientifico tra le fasi lunari e gli ululati dei lupi”, i spiega ancora Antonio Iannibelli. “Anche se le esperienze di noi umani spesso trovano un riscontro con il plenilunio che, immagino, sia dovuto soprattutto al fatto che difficilmente usciamo durante la notte se le condizioni meteo non sono favorevoli, ma lo facciamo istintivamente nelle notti illuminate dalla luna. Gli ululati, i guaiti gli abbai sono il linguaggio dei lupi che noi non sappiamo decifrare, ma che a loro serve per ritrovarsi nei boschi soprattutto in condizioni meteorologiche avverse, come la nebbia, la pioggia, il vento. Anche i cuccioli nei loro primi mesi di vita si tengono in contatto nei boschi con gli adulti ululando molte volte per fare in modo che il branco ne identifichi la presenza dopo la caccia”.

Stereotipi e luoghi comuni, quindi, che vanno sfatati e spiegati alla luce delle moderne teorie etologiche su una specie che, nei secoli, ha affascinato e spaventato l’uomo, forse proprio in virtù del suo stretto legame con la natura e con ritmi che per noi stanno, sempre di più, allontanandosi. E solo riscoprendo il lupo e il suo ambiente possiamo sperare di ritornare a far parte di ciò che ci appartiene e che, troppe volte, distruggiamo e offendiamo per pura presunzione o disinformazione.

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