Di Antonio Iannibelli
Ho partecipato recentemente al convegno sulla Roadside Ecology organizzato dalla Città Metropolitana di Bologna. Un evento che avrebbe dovuto tracciare nuove strade per la convivenza tra infrastrutture e natura, ma che si è rivelato un esercizio di retorica amministrativa, interrotto solo dalla lucidità scientifica di Mario Tozzi.
La lezione di Mario Tozzi: la natura non è un ornamento.
L’intervento di Mario Tozzi (ricercatore CNR) ha scosso la platea, ricordandoci che non può esistere un’economia sana senza una biodiversità sana. Tozzi ha ribadito concetti che dovrebbero essere le fondamenta di ogni piano urbanistico:
• Individui, non oggetti: gli animali selvatici sono individui con diritti propri, non semplici comparse del paesaggio.
• Funzioni ecologiche: il lupo è un “ordinatore ecologico” necessario, a differenza degli animali domestici come la pecora, che in natura non hanno un ruolo sistemico.
• Ecosistemi contro canali: un fiume è un sistema vivo che rallenta la forza dell’acqua; i canali sono solo acceleratori pericolosi. allo stesso modo, le spiagge sono corridoi dinamici, a patto di non cementificarle.
• L’umiltà dell’uomo: gli impollinatori sono fondamentali per la sopravvivenza del pianeta; noi umani, paradossalmente, no.
Il progetto Sustenia e le “Rotonde Trappola”
Nonostante questa lezione magistrale, i tecnici di Sustenia e gli amministratori presenti sembrano non aver colto il messaggio. Il loro progetto prevede di trasformare le rotonde in micro-riserve con cassette nido e pozze per anfibi. Un’idea che, sulla carta, sembra virtuosa, ma che nasconde il rischio della trappola ecologica.
In ecologia, una trappola si crea quando un animale è indotto a scegliere un habitat che sembra favorevole (presenza di acqua o nidi) ma che in realtà porta a una mortalità elevatissima. Gli stessi relatori hanno ammesso l’enorme numero di animali investiti sulle strade di loro gestione, eppure propongono di attirarne altri proprio al centro di esse. Senza sottopassi faunistici (i cosiddetti “rospodotti”), attirare anfibi e uccelli in una rotonda circondata da asfalto significa condannarli a morte certa. Gli anfibi sono animali che tornano ciclicamente ai luoghi di riproduzione: se la strada sbarra la loro via, il risultato è una strage sistematica.
Le mie domande sono sorte spontanee proprio ascoltando le contraddizioni dei relatori. Hanno ammesso che, quando gli sfalci sono saltati per mancanza di fondi, nelle scarpate sono cresciuti alberi spontanei più robusti e con meno necessità di manutenzione. Eppure, continuare a progettare interventi contrari.
Riporto le mie domande e le risposte:
1.Ho chiesto perché non lasciamo che la natura faccia il suo corso con boschi spontanei a costo zero, visto che loro stessi ne hanno confermato l’efficacia? Risposta: Silenzio.
2.Ho chiesto come si possa celebrare il recupero di pochi metri di bordo strada mentre il Comune di Bologna cementifica ettari di verde e non rinaturalizza ex caserme e aree industriali? Risposta: Silenzio.
3.Alla mia critica sulle rotonde-trappola, la risposta è stata disarmante: “I sottopassi costano troppo, richiedono modifiche alla viabilità e gli animali non saprebbero come usarli”. Qualcuno dalla presidenza ha persino aggiunto: “Per questo ci sono le GEV”.
Ho dovuto ricordare ai relatori che gli animali non sono stupidi: sanno cercare e utilizzare i corridoi sicuri, purché l’uomo li costruisca correttamente (seguendo le linee di migrazione e utilizzando barriere di convogliamento). Delegare la salvezza della fauna al monitoraggio saltuario delle Guardie Ecologiche Volontarie è, tecnicamente, un’assurdità.
Conclusioni
Resta la sensazione di un ambientalismo di facciata: incontri “spot” dove si distribuiscono fascicoli patinati per pulirsi la coscienza, sostenendo di aver coinvolto i cittadini, mentre si ignora la sostanza scientifica. La visione dei relatori è una visione antropocentrica: la biodiversità viene usata come arredo urbano, ignorando che per salvarla servono connessioni reali, non isole di asfalto.
È inutile ascoltare Mario Tozzi se poi i tecnici non sanno (o non vogliono) tradurre la sua visione in progetti che rispettino la vita selvatica oltre la siepe.