Di Antonio Iannibelli
Mentre camminavo tra quegli oltre dieci ettari e i numerosi alberi di alto fusto, il contrasto tra la realtà e la narrazione ufficiale era stridente. Per chi vuole speculare, questo è “degrado” o “terra di nessuno”. Per chi sa guardare con gli occhi di un naturalista, è un grande rifugio. Altro che terra di nessuno, ambiente degradato o area dismessa: si tratta di un’area viva e vegeta, ricca di vita e di biodiversità.

Ho contato oltre 500 piante, in gran parte ad alto fusto. La cosa che mi ha colpito di più? Per la prima volta dopo anni, in un contesto cittadino, non ho visto alberi mutilati dalla capitozzatura. È un bosco urbano vero, arricchito da edera su molti tronchi e arbusti di varie misure che offrono riparo a una moltitudine di esseri viventi. L’unica nota dolente è lo sfalcio quasi totale dell’erba: un errore che blocca le fioriture e la nascita di nuove piante spontanee, ma per fortuna alcuni angoli si sono salvati dal tosaerba. Se quest’area diventasse ufficialmente un polmone verde, potremmo finalmente permettere alla natura di completare il suo ciclo di autorigenerazione.



Questa terra non è un vuoto a perdere. È territorio pubblico, dunque appartiene ai cittadini. Viene da chiedersi: perché le istituzioni locali scelgono di cederlo a interessi privati? Come recita l’Articolo 9 della nostra Costituzione, la Repubblica tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni, e definisce i modi e le forme di tutela degli animali.
Valorizzare la ex Caserma Sani seguendo le direttive della Nature Restoration Law non è un’utopia, è un obbligo morale e normativo. Trasformarla in cemento, palazzi, parcheggi e supermercati significa distruggere irrimediabilmente il suolo vivo. Anche se lasciassero qualche “isola di verde” tra un edificio e l’altro, il danno sarebbe totale. La scienza ci insegna che frantumare gli ecosistemi significa annullare i servizi ecosistemici: un’area frammentata non si autorigenera, sopravvive solo a costi elevatissimi per la collettività e non offre più ossigeno, frescura o biodiversità.





Un grande laboratorio a cielo aperto della natura sarebbe la vera destinazione: centri di educazione ambientale, laboratori sul campo per i giovani, osservazione degli insetti con apposite aree, ascoltare il canto degli uccelli e osservare le loro attività, favorire la crescita spontanea di piante autoctone, ripristinare il collegamento ecologico e creare un polo naturalistico sul campo. Questo è quello che immagino e sono sicuro che anche dal punto di vista economico sarebbe addirittura più conveniente. Eviteremmo le sanzioni europee, le spese di sanità pubblica, lo sforamento dei livelli di inquinamento e di rumore. Avrebbero un valore aggiunto le case che ci sono già intorno all’area, invece che un’inevitabile riduzione del valore degli immobili causata dall’affacciarsi su cemento e asfalto anziché su un’area verde. Avremmo una migliore qualità della vita per tutti, anche per quelli che oggi ci fanno speculazione economica. A distanza di pochi anni, insomma, anche l’aspetto economico sarebbe decisamente a vantaggio di tutti e avremmo un capitale naturale che crescerebbe nel tempo per tutti noi e le future generazioni.





Dobbiamo porci una domanda scomoda: è veramente conveniente continuare ad asfaltare? È possibile che il profitto di pochi valga più della qualità della vita di tutti?
Continuare a costruire alloggi di lusso o centri commerciali non porta alcun vantaggio reale a noi cittadini, che della città siamo i proprietari indiretti. Al contrario, congestionare ulteriormente il tessuto urbano rende Bologna invivibile per noi oggi e per i nostri figli domani.
Asfalto e cemento: generano calore, polveri sottili e costi di manutenzione idrogeologica. Suolo vivo e alberi: generano salute, benessere psicofisico e resilienza climatica.
Bologna ha bisogno di polmoni per respirare, non di maschere per sopravvivere. Non abbiamo bisogno di altro cemento; abbiamo un disperato bisogno di ossigeno. In questa città, prima di ogni altra cosa, ci manca l’aria. Quando non avremo più alberi da osservare, colori naturali da ammirare, il profumo della terra bagnata da respirare e il ritmo delle stagioni da seguire, non saremo solo più poveri economicamente: saremo inesorabilmente tutti più poveri di salute, di intelligenza, di creatività e di felicità. I nostri sensi, privati dei loro stimoli ancestrali, si atrofizzeranno. Le sfumature naturali che ci riequilibrano e ci fanno stare bene scompariranno dalla nostra mente, e finiremo per trasformarci in zombie, vagando alienati proprio come animali rinchiusi in gabbia. Osservare i muri ci rende prigionieri, mentre osservare gli alberi ci fa sentire liberi. I muri di cemento sono “pesanti” e opprimenti per tutti gli esseri viventi, mentre gli alberi e le loro foglie sono “leggeri” e vitali per tutte le forme di vita. Lo afferma la scienza e ce lo dimostra la natura ogni singolo giorno.
Abbiamo un bisogno disperato della leggerezza dell’aria pura, non della pesantezza tossica delle polveri sottili. Iniziamo il cambiamento da qui, ora.









Malgrado il tempo limitato in poche ore, ho potuto documentare, anche fotograficamente, la sorprendente presenza delle seguenti specie di fauna selvatica:
Poiana Buteo buteo, Gheppio Falco tinnunculus, Falco Pellegrino Falco peregrinus, Assiolo Otus scops, Civetta Athene noctua, Picchio verde Picus viridis, Picchio rosso maggiore Dendrocopos major, Picchio muratore Sitta europaea, Cinciallegra Parus major, Cinciarella Cyanistes caeruleus, Cardellino Carduelis carduelis, Verzellino Serinus serinus, Fringuello Fringilla coelebs, Codibugnolo Aegithalos caudatus, Pettirosso Erithacus rubecula, Codirosso Phoenicurus phoenicurus, Fagiano Phasianus colchicus, Lepre Lepus europaeus, Ballerina bianca Motacilla alba, Merlo Turdus merula, Ghiandaia Garrulus glandarius, Colombaccio Columba palumbus, Colombo Columba livia, Tortora dal collare Streptopelia decaocto, Cornacchia grigia Corvus cornix, Gazza Pica pica, Taccola Corvus monedula, Gabbiano comune Chroicocephalus ridibundus, Germano reale Anas platyrhynchos, Upupa Upupa epops, Rondine Hirundo rustica, Rondone Apus apus, Scoiattolo Sciurus vulgaris, Lucertola muraiola Podarcis muralis, Biacco Hierophis viridiflavus.
La presenza di questa fauna in questo preciso momento della stagione è la prova che qui gli animali selvatici hanno trovato l’habitat ideale per la loro riproduzione. Lo dimostra l’upupa osservata con l’imbeccata, il gheppio che lancia il suo allarme dai tetti degli edifici dismessi, e persino il volteggiare insistente della poiana. Ma ci sono innumerevoli altri segni di una presenza vitale e importante, come i vecchi nidi di merlo, di corvidi e di fringuello nascosti tra la vegetazione. E ancora, le borre di rapaci e gli escrementi dei pipistrelli all’interno dei ruderi confermano la ricchezza di questo ecosistema.
Osservare questi animali in così poco tempo e sotto la pioggia battente è un segnale di ambiente sano e ricco di biodiversità, inaspettato per certi versi, perché essendo un’area quasi del tutto chiusa riesce comunque a favorire un piccolo ecosistema che si autosostiene grazie al ridotto impatto umano da decenni. Gli uccelli possono arrivare in volo, ma rettili e mammiferi sono veramente un miracolo della natura che riescono a vivere in questo comparto isolato da un muro di mattoni e cemento. Questo dimostra che le attività umane sono quasi sempre distruttive, e per ripristinare un territorio molte volte basta lasciar fare alla natura.
Questi animali non sono meri elementi decorativi, ma individui con cui condividiamo lo spazio urbano. Come stabilito dall’Articolo 13 del Trattato di Lisbona dell’Unione Europea, gli animali sono esseri senzienti, e la nostra stessa Costituzione italiana ne promuove la tutela. Come la natura ci insegna quotidianamente, siamo tutti animali, abbiamo gli stessi diritti, abitiamo la stessa casa.
Altro che terra di nessuno.