Una mattina tra i mirtilli: la mia esperienza da aspirante Guardia Ecologica Volontaria

Una mattina tra i mirtilli: la mia esperienza da aspirante Guardia Ecologica Volontaria

Scritto da Maria Perrone

Quando ho deciso di avvicinarmi alle Guardie Ecologiche Volontarie non ero ancora certa che avrei frequentato il corso e affrontato l’esame necessario per diventare una Guardia a tutti gli effetti. Prima volevo capire. Volevo vedere da vicino che cosa significasse dedicare volontariamente una parte del proprio tempo alla tutela dell’ambiente, ma soprattutto volevo capire se quel ruolo corrispondesse al mio modo di sentire la natura.

Per questo ho iniziato ad accompagnare Antonio durante alcuni servizi in montagna. Lui Guardia Ecologica Volontaria già abilitata, io semplicemente aspirante, senza alcun potere di accertamento e con la possibilità di affiancarlo soprattutto nell’attività di informazione. Una posizione che si è rivelata un punto di osservazione privilegiato.

Una delle giornate che più mi è rimasta dentro è stata una mattina dei primi giorni di agosto al Corno alle Scale.

Era il periodo dei mirtilli.

Siamo arrivati presto, quando la montagna aveva ancora quella luce del mattino che rende tutto più nitido. Il cielo era attraversato da qualche nuvola, ma si capiva già che sarebbe stata una giornata molto calda. In pianura l’afa cominciava a farsi sentire e molti avevano cercato rifugio quassù. C’erano escursionisti, persone venute semplicemente a camminare e raccoglitori che si muovevano tra le mirtillaie alla ricerca dei piccoli frutti maturi.

Guardando quel paesaggio mi sono chiesta quanto sia facile considerare tutto ciò che troviamo in natura come qualcosa che semplicemente c’è, ed è proprio perché li abbiamo sempre trovati lì, rischiamo di considerarli inesauribili.

Forse è questo uno dei motivi per cui abbiamo bisogno di regole anche quando andiamo in montagna. Non perché la natura debba essere chiusa dentro un recinto di divieti, ma perché siamo tanti e ciò che può sembrare irrilevante se fatto da una persona diventa molto diverso quando viene moltiplicato per centinaia o migliaia di persone.

Prendere qualche mirtillo da una pianta non cambia un ecosistema. Ma se ognuno raccogliesse quanto vuole, come vuole e dove vuole, il risultato sarebbe inevitabilmente diverso.

E allora ho cominciato a guardare con occhi nuovi anche quei regolamenti che, letti su un foglio, possono sembrare soltanto un insieme di obblighi: il permesso, le quantità consentite, gli strumenti utilizzabili, le aree nelle quali si può raccogliere.

Dietro quelle norme c’è invece un concetto molto semplice: prendere senza distruggere, utilizzare senza consumare, attraversare un luogo senza impoverirlo.

Durante quella mattina abbiamo incontrato diverse persone e la cosa che più mi ha colpita è stata la naturalezza con cui quasi tutte vivevano il controllo. Qualcuno veniva da Bologna, qualcuno da Modena, altri conoscevano quelle montagne da una vita. Mostravano i documenti, raccontavano dove avevano raccolto, chiedevano informazioni.

Due signori ci hanno fermato semplicemente perché volevano sapere come fare le cose correttamente: dove si richiede il permesso? Come si paga? Quali sono le regole?

È stato un episodio molto semplice, ma mi ha fatto pensare.

Spesso immaginiamo la vigilanza come qualcosa che interviene dopo che una regola è stata violata. E invece forse la forma migliore di vigilanza è quella che riesce ad arrivare prima. Spiegare una norma può essere più utile che sanzionarne la violazione.

Ed è proprio in quelle conversazioni che ho iniziato a comprendere quale dovrebbe essere, secondo me, uno dei ruoli più importanti delle Guardie Ecologiche Volontarie. Essere educatori del territorio.

Non educatori nel senso di impartire lezioni o giudicare il comportamento degli altri, ma persone capaci di creare un collegamento tra una norma e il motivo per cui quella norma esiste.

Dire semplicemente “non si può” è facile.

Spiegare perché non si può richiede qualcosa in più: bisogna conoscere il territorio, comprenderne la fragilità e riuscire a trasmettere quella conoscenza senza trasformare l’incontro con una Guardia in uno scontro tra chi controlla e chi viene controllato.

Quella mattina c’è stata anche una violazione. Alla fine, nonostante la contestazione, la persona ci ha ringraziato per avergli spiegato la regola.

Camminando quella mattina per il Corno alle Scale, tra persone chine sui mirtilli e altre semplicemente in cerca di un po’ di fresco, mi sono resa conto anche di quanto sia particolare il nostro rapporto con la natura.

Diciamo spesso di amarla.

Amiamo camminare nei boschi, fotografare un tramonto, raccogliere funghi e frutti selvatici, vedere un animale attraversare un prato. Cerchiamo la montagna proprio perché ci offre qualcosa che nelle nostre città abbiamo progressivamente perduto.

Ma amare un luogo non significa soltanto provare piacere quando lo frequentiamo.

Significa anche accettare un limite.

Forse è proprio il limite una delle cose che la natura può ancora insegnarci.

Non tutto ciò che possiamo prendere dobbiamo prenderlo. Non tutto ciò che possiamo raggiungere dobbiamo raggiungerlo con un’automobile. Non tutto ciò che troviamo è nostro. E soprattutto il fatto che nessuno ci stia osservando non rende un comportamento meno sbagliato.

Quel giorno i sentieri erano puliti. Le persone incontrate erano cordiali e collaborative e alcune ci hanno ringraziato per la presenza delle Guardie nel Parco. È stata forse questa la sorpresa più bella: scoprire che il controllo non deve necessariamente essere percepito come un’intrusione. Quando viene esercitato con equilibrio, competenza e rispetto, può diventare esso stesso una forma di relazione.

Alla fine della mattinata sono tornata a casa con la sensazione di avere capito qualcosa in più anche della scelta che stavo facendo. Pensavo che diventare Guardia Ecologica Volontaria significasse soprattutto imparare regolamenti, frequentare un corso, superare un esame e acquisire le funzioni previste dalla legge.

Prima bisogna imparare a guardare. Accorgersi di una pianta che rischiamo di danneggiare, di un rifiuto che non dovrebbe essere lì, di un comportamento che può sembrare insignificante ma che, ripetuto da molti, può lasciare un segno. E nello stesso tempo bisogna imparare a guardare le persone senza considerarle automaticamente un problema per la natura.

Possiamo camminare, raccogliere qualche mirtillo, attraversare un bosco, sederci su un prato e godere di tutto ciò che la montagna ci offre. Ma dovremmo farlo con la consapevolezza di essere di passaggio.

Forse essere una Guardia Ecologica Volontaria significa proprio questo: aiutare le persone a sentirsi parte della natura senza sentirsi padrone della natura.

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